Due giovani tatuati londinesi durante un raduno
Quando ero bambino mi capitava spesso di imitare gli adulti: ero
attratto da loro, volevo somigliargli in tutto. È così che mi è
venuta la febbre del tatuaggio. La maggior parte degli anziani, i
'nonni adottivi' con cui passavo il tempo a parlare e imparare le
regole della vita, erano tatuati e quindi, essendo loro 'fan' come
direbbero i giovani di oggi, anche io volevo al più presto
possibile immergermi in questa antica cultura, che sapeva di
qualcosa di segreto, di profondamente misterioso.
FOTO Da
Asia ad Amy, le star tatuate
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Il tatuaggio mi sembrava una forma di iniziazione, attraverso cui
ogni giovane poteva far vedere agli altri di essere pronto ad
affrontare pericolo e dolore, ma soprattutto mostrare che ha la
capacità di prendere una decisione definitiva. Insomma, era un
simbolo di maturità. È proprio questo il legame alla parte più
importante della tradizione del tatuaggio criminale siberiano, il
fatto di mostrare agli altri la fedeltà e la determinazione verso
la propria cultura. Una volta, quando la comunità siberiana aveva
un peso e gli anziani che mi hanno fatto crescere erano giovani e
facevano parte di un sistema sociale complesso e difficile, i
messaggi che portavano addosso erano chiari e forti. Il mondo
filosofico interno e la base educativa di ogni membro della
comunità degli Urca, la mia etnia d'origine, veniva rappresentato
attraverso il simbolismo delle immagini tatuate: il tatuaggio era
la vita, e la vita era tatuaggio. Era fondamentale mostrare a tutta
la società e soprattutto a loro stessi, la volontà di trasformare
il proprio corpo in una icona vivente.
Quando ero adolescente, mi circondavano due mondi, due culture
completamente opposte e contrarie. Uno era quello degli anziani,
nel quale loro si identificavano e nel quale spesso riuscivo a
calarmi anche io, grazie ai loro racconti; ricordi che spesso
condividevano con me con semplicità e umiltà tali da far crescere
una profonda ammirazione. Il loro mondo era scomparso, era quella
parte di passato che lascia la sua impronta solo nelle anime di chi
l'ha vissuta. Nel mondo dei vecchi mi sentivo a mio agio,
condividevo le loro regole, ne capivo le ragioni e accettavo la
filosofia educativa. L'altro mondo era quello vero, reale, attuale.
Era il mio paese sfasciato - la Transnistria - distrutto e ridotto
a pezzi da speculatori e politici corrotti. Una società decadente,
dove i giovani perdevano tutti i valori sviluppati e tramandati
dalle generazioni precedenti. Era il trionfo del dio denaro che ha
posseduto le menti e le anime di tutti. Io ero molto giovane e
avevo poche possibilità analitiche riguardo la sociologia e la
geopolitica, ma per qualche via naturale comprendevo tutto il
degrado della società post sovietica e lo vivevo male: cercavo di
scappare, nascondendomi nel mondo ideale che mi offrivano i miei
vecchi. Un mondo dove i valori ancora avevano un potere, dove
l'equilibrio nella società era stabile. E dove criminali che io
definisco 'onesti' portavano le loro storie di vita addosso, nella
forma dei tatuaggi, e combattevano le ingiustizie con il loro
spirito libero.
Io crescevo nella società 'moderna', dove ogni cosa mi dava un
enorme fastidio, perché andava contro i principi che mi insegnavano
i vecchi. I miei amici che cercavano di seguire gli idoli
contemporanei, copiavano personaggi dei blockbuster americani,
parlavano una lingua che io non comprendevo e mi prendevano in
giro, perché io mi comportavo come uno che era rimasto indietro nel
tempo. Quello era il momento in cui nell'ex Unione Sovietica stava
crollando tutto. Il tempo nel quale per essere un ragazzo
'normale', accettabile dagli altri, era necessario vestirsi alla
moda e esibire nuovi acquisti passeggiando come dei galli per la
via principale del paese, proprio come fanno le modelle sulle
passerelle; consumare droga e alcool; bestemmiare e agganciare a
ogni parola una parolaccia sofisticata; non rispettare i genitori e
gli anziani; rubare soldi nella propria famiglia e vantarsi di
questo. Io ero uno dei pochi a non farlo, ed ero considerato fuori
moda. Forse è anche grazie al mio comportamento di allora che oggi
sono sano e salvo, mentre la maggior parte dei miei coetanei sono
morti da un pezzo, uccisi dalla droga, dagli affari disonesti, dal
carcere e dal comportamento troppo spregiudicato nella società
violenta, una società che non perdona gli sbagli.
(21 agosto 2009)
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